Donne e smart working: scelta o necessità? Una riflessione personale

Ho un collega.

Di recente ha deciso di non occupare uno spazio esclusivo nel nostro coworking.
È quello che definirei un “professionista nomade” o – attualizzando il termine – un roaming professional.

È cioè itinerante: si muove in verticale, tra i tre piani dell’edificio che occupiamo, e in orizzontale tra una sala riunioni e l’altra dello stesso piano quando sono libere, in cerca di un posto adatto per appoggiare il suo PC, il suo Ipad e il suo telefono, tutti e tre di marche rigorosamente diverse. Ama le complicazioni, non perché sia masochista, ma perché è nelle complicazioni che scopre variabili interessanti.

Non si sa mai dove trovarlo e forse questo è il suo obiettivo, poiché le idee migliori (tante) gli vengono quando è solo.
Mi diverte andare a scovarlo quando arrivo al mattino per vedere dove e come si è sistemato e ritengo che i suoi itinerari, variando ogni giorno, divertano anche lui e contribuiscano a far viaggiare la sua creatività.

Questo mi ha fatto riflettere sulle potenzialità che genera la libertà di “costruire” a nostra misura il luogo, i tempi e le modalità di lavoro.
Abbiamo un vantaggio sul passato: viviamo in un’epoca che ci consente di avere gli strumenti – le tecnologie – per sviluppare una personale concezione di organizzazione del lavoro.
Condizione che si riverbera anche sul tema del bilanciamento dei tempi di vita.

Io sono donna e più di una volta durante la mia vita professionale mi sono resa conto, sperimentando in prima persona e osservando le mie colleghe, che le donne hanno sempre dovuto fare una scelta severa nei confronti del proprio tempo, imponendosi priorità spesso faticose da rispettare.
Mi riferisco al tempo per il lavoro, e al tempo per la famiglia e per il proprio benessere, facilmente percepiti come in competizione.

Se tutte le donne potessero beneficiare di maggiore libertà nella gestione del proprio lavoro, la contrapposizione sarebbe ancora così sentita?
Un approccio più autonomo al lavoro, pur nel rispetto degli impegni e nella responsabilizzazione sui risultati, potrebbe conciliare le aree che definiscono la “vita”: lavoro, casa/famiglia, comunità, benessere personale e salute?

Contrariamente alle mie aspettative, le analisi del rapporto delle donne con lo smart working indicano una certa resistenza da parte di queste a far propria la gestione del tempo e del luogo di lavoro in funzione di una giornata “su misura”.

Retaggio culturale? Difficoltà a percepire le potenzialità che le tecnologie digitali del “lavoro agile” potrebbero offrire? Pigrizia?
Non credo di averlo capito.

Ritengo però che la giornata lavorativa debba includere tempo per se stessi e per gli altri, e che un lavoro davvero “intelligente” sia quello che permette di liberare, “generare”, tempo. Se lo smart working riuscisse a contribuire all’integrazione tra lavoro e vita rimuovendo i vincoli della postazione fissa, dell’open space o dell’ufficio singolo che mal si sposano con la personalizzazione, la flessibilità e la virtualità, allora forse sarebbe davvero “smart”, non solo perché digitale.

di Elvira Gennarelli
Chief Operating Officer ULTRASPAZIO