In questo scenario si inserisce Ultraspazio, presente nella Collettiva Piemontese organizzata da CEI Piemonte (Ceipiemonte). Non porta a Cannes un “progetto vetrina”, ma un metodo: prendere immobili sottoutilizzati e rimetterli in funzione, trasformandoli in una rete di luoghi di lavoro distribuiti nei quartieri. È un’operazione che interessa i proprietari, certo, ma parla anche ai territori. Perché non si tratta soltanto di affittare metri quadri: si tratta di rimettere in circolo pezzi di città con logiche misurabili, capaci di reggere nel tempo e di avvicinarsi, sul serio, al net zero
La proposta ha una doppia faccia, ed è proprio lì il punto. Ultraspazio è operatore sul campo e piattaforma insieme. Da un lato governa l’operatività quotidiana: accesso, booking, servizi, community, rapporto con gli host. Dall’altro qualifica gli spazi in modo misurabile: IoT per comfort e performance, approccio data-ready, e la logica di un indice di qualità (WQI) che rende confrontabili luoghi diversi e aiuta a migliorare quelli che oggi non “stanno in piedi”, ancora prima che lo dicano i conti
Il risultato atteso non è solo più occupazione. È occupazione migliore: continuità d’uso, retention, attrattività per imprese e professionisti. E poi un effetto urbano che si vede soprattutto dove di solito non si vede nulla, perché nulla accade. Piani terra che tornano vivi, uffici in riposizionamento che smettono di essere un costo muto, spazi ibridi che escono dall’ambiguità e diventano infrastruttura di quartiere. In fiera, in mezzo ai grandi annunci, Ultraspazio porta una tesi concreta: il futuro non è inventare nuove superfici, ma far funzionare quelle che abbiamo già. Con metodo. E con numeri.

